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La sveglia

Ascolta il silenzio.

Il sapore dell’inevitabile prossimo Tick.

Rinascendo appena dopo, nuovamente nel silenzio.

Grande Beppe !

Sperando nella rapida scomparsa di quel malessere che non hai potuto trattenere stasera … non posso che salutarti da questo misero angolo con un ..

Grande Beppeeee !”

Con la solita brutta eco nella testa che mi chiede : “dopo questa di stasera su La7 .. per quanto tempo non lo rimanderanno su una tv in chiaro ?”

Biancaneve

Così Biancaneve pregò che il suo sogno potesse avverarsi. Certo non sapeva quello che faceva.

Un Dio sicuramente annoiato la ficcò in una storia sgradevole. Era il minimo che potesse fare. Che il suo amore per quella fanciulla immatura e poco saggia non gli avrebbe perdonato un avverarsi del desiderio troppo rapido.

Stirò, il Dio, la storia più che poté. Almeno così si dice, che insomma, un Dio … poteva anche fare di meglio, ma come dicevo probabilmente era un po annoiato. Mise una strega, i sette nani, un brutto temporale … se proprio andava esaudito il desiderio, che almeno fosse stato ben desiderato !

Si sa come finì la storia. “Con l’avverarsi del desiderio” direte voi, ma no. Chiaramente la storia finì con i titoli di coda.

Come in tutte le cose umane, la tragedia vera sarebbe iniziata poco tempo dopo il ritorno al castello. Nel momento in cui il Principe, Biancaneve, e gli stessi nani, si sarebbero resi conto che raggiunto un “Vissero felici e contenti” … se ne sarebbe dovuto cominciare a cercare un altro.

E dopo una storia così … come cominciarne un altra ?

Il galleggiante

Dice che sono una pallina.

Un galleggiante a pallina. Di quelli piccoli, come la punta di un mignolo. Che quando il mare s’increspa, ballonzola su e giù, a destra e sinistra. Quelli col bastoncino, di legno, spesso come un pezzetto di stuzzicadenti. Che mi attraversa dal basso all’alto, e sporge allo stesso modo sopra e sotto.

Così dice.

Dice che sono tondo e nero. Tutto nero. A parte quella striscia bianca piccola che mi circonda a metà altezza. L’unica cosa che ho capito bene. Che conosco.

Fino a qualche tempo fa pensavo di essere solo la striscia, ma adesso ho capito tutto. Ho una parte sopra e una sotto. Sotto l’acqua, sotto il mondo. E sopra, al sole, sopra il mondo.

E il mare mi fa vivere. Mi fa muovere. Certo, a volte nel baratro, in quei momenti in cui manca l’aria, la luce diventa pallida e indistinta e penso che la fine sia giunta. Che la fine sia proprio quel profondo nero che mi circonda.

Ma altre volte una spinta mi fa uscire dall’acqua. E volo. Libero nel cielo. Accidenti ma sempre però per poco tempo. Il sole che mi sorride il vento che mi abbraccia. Ma poi finisco di nuovo a ballonzolare.

Il saggio mi dice che questo è il mio mondo. E io capisco. Di essere tondo.

Dice che la mia anima è quel bastoncino. Che un giorno si sfilerà da me e volerà nel paradiso dei galleggianti. Dove tutte le palline dell’universo veleggiano nel cielo sempre azzurro, come piccole bollicine. E non si balzella più !

A dire la verità … ogni tanto dubito di questa cosa, di essere una pallina … col bastoncino … io, alla fine, vedo solo una striscia bianca. E del resto è già faticoso cercare di mantenere questa striscia orizzontale.

Anche se a volte mi chiedo se ne valga veramente la pena.

Il saggio mi dice che è colpa di questa società. Galleggianti sempre più strani, sempre più … sempre più … non mi ricordo la parola. Tutti che vanno e vengono. Nessuno che si rilassa.

Certo parla bene lui. Che ha la vita facile. Mica ballonzola. Mica ha la riga da tenere dritta. Lui …

sempre immobile, sempre li fermo a osservare, a meditare … sempre lì, lui …

… incatenato a quella parete.

Pari e Dispari

Qualche tempo fa … no

molto tempo fa reflettevo su alcune banali anomalie numeriche. Cose che come un prurito su una guancia ti scoppiettano nella testa e fai prima a gratterle via che a notarle.

Mi rimase impressa quella sul Pari e Dispari.
Sembra infatti che questa coppia di parole venga usata maggiormente nell’ordine “Pari e Dispari” che non nel suo inverso “Dispari e Pari”.

Fatto sta che se numeriamo le parole abbiamo la prima “Pari” e la seconda “Dispari. Il che è anomalo visto che “Uno” (La prima) è Dispari e “Due” (La seconda) è pari. Sarebbe quindi logico che si pronunciasse con più frequenza questa coppia come “Dispari e Pari”.

Se non ci credete, provate a chiedere in giro … Ma tu .. dici ‘Pari e Dispari’ o ‘Dispari e Pari’ ?

E vedete cosa rispondono.

La consapevolezza pesa

Ormai ne sono certo. La consapevolezza pesa. E non solo lei.
Ci deve essere ancora qualche altra cosa che impedisce il volo. Un buon indizio è la coscienza, legata tuttavia anch’essa, almeno in parte, alla consapevolezza.

Oggi ho volato alto. Più alto del solito. Una riga taglia il cielo in orizzontale. Un piano. Di cielo raddensato, di nuvole sottili, spesse come un foglio di carta. Poi ancora celeste e blu del cielo. Non mi sono limitato a volare, ormai sono abbastanza pratico anche del movimento. Non è il Mio piano, l’origine. Ma è più vicino di questo.

C’era gente che conosco. Anche in vita. Non è un piano di morte quindi. Nemmeno il tempo era questo. Anche se forse l’orario poteva coincidere. Così, fra le difficoltà di mantenermi leggero, e quindi l’impossibilità di acquisire una piena consapevolezza, ho lanciato il mio primo incantesimo. Ho, per la prima volta, interferito con la materia.

La meccanica è la medesima del volo. Ma con un oggetto, si, una sorta di bacchetta, era più semplice. Le parole continuano a non sembrare un elemento determinante. Non il loro senso comunque. Sembra che abbiano un peso come attivatore, così come la bacchetta ne ha uno come vettore. Un sistema per concentrare meglio l’intenzione. Per focalizzare meglio la volontà e imporre un tempo all’azione. Si può poi dire qualsiasi cosa.

Per la bacchetta però non è proprio del tutto così. E’ un oggetto solido. Che di per se ha un suo posto e occupa una certa quantità di materia. Ho provato con una limetta per le unghie. Quelle di metallo, con le estremità senza zighirinatura. Si è afflosciata. Non ha retto la materia.
Ho preso un ramo secco ma si è polverizzato. Allora ho deciso di tagliare un ramo fresco. Ma non sono riuscito a farlo in tempo.

La mancanza di consapevolezza facilita e allarga le possibilità, ma diminuisce molto l’esplorazione e la pianificazione.

Prima di chiudere sono stato in una scuola. C’erano degli esaminatori. Mi hanno chiesto come mi fossi accorto di avere ‘la capacità’, o dono o un altro termine che non ricordo. Gli ho risposto che sapevo volare. Mi hanno guardato in modo strano. Sembrava che si stessero chiedendo se li prendevo per il culo. Non capendo se quello stupore, relativo al volare, fosse perchè ‘volare’ era troppo ‘oltre’ o troppo comune, ho cercato di dimostrargli cosa intendessi. Ma non sono riuscito a farlo. Non avevo più forza e dopo poco sono balzato da questa parte.

Il parlare e il viaggiare istantaneo mi assorbe. Tuttavia, il tempo è limitato di per se. Dovrei trovare un sistema per avere più tempo, o semplicemente più energia. Ancora non riesco a capire la composizione della stessa però. Ce n’è sicuramente una parte che mi permette di passare il bordo ma quella sconosciuta è quella della consapevolezza, che poi, è anche quella della manipolazione. La gente dall’altra parte non sembra essere, come quella da questa, consapevole della natura non univoca del proprio ambiente.

Se non capisco l’origine della energia che mi permette di fare ciò, non riesco a concludere nulla.

E merda, non riusciamo nemmeno a vederli.

E’ ormai qualche anno che le cose peggiorano senza un motivo apparente. Apparente per noi, naturalmente. Aumentano di numero … e ancora di quelli grossi, fortunatamente, se ne sono visti pochi.

Quelli piccoli spadroneggiano e svolazzano senza sosta sulle nostre teste, nelle nostre notti, nei nostri cervelli. Che nell’anima non riescono ancora ad entrarci.

E nulla, non si sa che fare. Gli Angeli sembrano arrancare. Qualcosa di malvagio, enorme, sta rigurgitando questo schifo senza sonno. E non sappiamo affrontarli. Possiamo subire, solo subire e sperare, e pregare, pregare tanto. Pregare urlando. Urlare pregando. Che almeno ci diano un arma, un modo per difenderci, un modo per combattere.

Che non ci lascino qui soli a pregare. E non è mancanza di fede, ma paura, terrore, insonnia, malessere fisico, emotivo, psichico. Senza una ragione. Senza un uncino a salvare la mente.

Sarà la fine del mondo che incombe ? Ma Questo ‘incombe’ quanto è lungo ancora ? E poi, la fine del mondo … sarà una cosa tanto negativa ?

Se qualcuno si stesse chiedendo, come fecero gli Alieni a trovare i Giganti in un posto grande come l’universo, la risposta è piuttosto semplice. Tutto l’universo è causale. Esseri come loro potevano vedere, a partire da un singolo atto, episodio o avvenimento, qualsiasi cosa ne sarebbe scaturita. E, naturalmente, fino alla fine dei tempi dell’universo.

Immaginate però cosa successe a questa maglia assoluta di azioni e reazioni, nel momento in cui una cosa come l’Anima, che può agire partendo da una dimensione parallela a questa, ci si inserì. La catena degli eventi, prese, già dalla sua sola comparsa, una direzione diversa da quella precedente. Se vi state chiedendo se si tratta di libero arbitrio, bè vi dirò che nel termine è proprio quello, ma nella sostanza parecchio diverso. Ne parleremo un’altra volta.

Gli Alieni, avevano visto bene. I Giganti possedevano l’Anima. In effetti la loro reazione era stata prevista, ma non coincidevano i dettagli. Avevano previsto che dopo un certo periodo di ostilità, più o meno evidente, i Giganti li avrebbero ignorati. Ma evidentemente così non fu e si scatenò una specie di guerra. Inutile dire chi vinse. Fatto sta che una volta eliminati i Giganti più belligeranti, gli Alieni decisero di giocare la loro carta più disperata.

Crearono un essere che possedeva una certa quantità dei loro geni. Mescolarono le due razze sperando che l’Anima continuasse a scendere nella nuova, semi aliena, creatura. Che una volta morta, avrebbe portato un pò di “alieno” nell’immortalità.
Di esperimenti ne fecero parecchi. Ed alla fine credo ne stiano ancora facendo. Ma non si pensi che fu l’unica strategia che misero in atto.

Provarono ad usare embrioni ed ovuli modificati. Provarono a creare esseri dal nulla con la sola modifica genetica di materia. Alla fine però il loro migliore risultato, che sembrava anche potersi riprodurre in libertà, fu quello che noi oggi chiamiamo Uomo. Non arrivare a conclusioni affrettate. Quello che siamo oggi è già molto diverso da quello che eravamo ieri, che è sicuramente diverso da quello che saremo domani.

Le cose, non andavano proprio bene. Molti di questi Uomini non incarnavano l’Anima, altri la perdevano durante la loro Vita, e gli Alieni poi non avevano la certezza che i defunti ancora in possesso della loro Anima, avevano portato nell’altra dimensione anche la loro parte aliena. Anzi. Ci furono addirittura degli Umani in cui l’Anima sembrò avere un impatto maggiore, e che dichiararono apertamente che avrebbero “estirpato l’erba cattiva durante il raccolto, e non prima, per non danneggiare il raccolto stesso”.

Questa cosa, scosse molto gli Alieni, che confidavano nella nuova razza.

Ci sono esseri nell’universo che vivono da milioni di anni. Esseri senza corpo. Di pura energia. Con la conoscenza assoluta di quasi tutto ciò che appartiene a questo piano. Questi esseri posseggono la scienza tutta. La conoscenza dei più intimi segreti del cosmo.

Eppure non sono immortali. Possono vivere fintanto che esiste questo universo. Con lui possono giocare, decidere della vita e della morte di tutte le sue creature. Ma non sopravviveranno alla sua dipartita.

Tutti loro sanno che così come c’è stato un inizio, ci sarà anche una fine.

Quando sentii parlare per la prima volta del ‘Soffio di Dio’, non compresi appieno quale terribile verità mi si stesse offrendo. Col tempo però ne ho gustato tutte le angoscianti sfumature. L’uomo che c’è adesso è un brutto contenitore. Un essere rimescolato, corrotto, manipolato da questa razza vecchia quanto il tempo.

All’inizio mi sentii offeso e rabbioso verso questi essere ripudiati da Dio. Ma col passare delle stagioni appresi la loro triste sorte nel dettaglio. Un Dio misterioso non li aveva scelti. Li aveva creati ma per il tempo che sarebbero durate tutte le altre cose. Loro erano come i sassi, come l’aria, come la luce. Bellissimi ma destinati alla fine.

Eppure non tutte le creature sarebbero finite. C’erano quegli ‘uomini’, giganti a quel tempo, che possedevano l’anima. Quell’alito divino che ne permeava le membra mortali. Non ne erano nemmeno pienamente consapevoli, così come la loro anima non era interessata specificatamente alle loro membra.

Un anima fanciulla. Potente come il Dio che l’aveva creata, viziata come una figlia unica. Noncurante della vita che la circondava, fosse anche una vita che sarebbe terminata definitivamente una volta distrutto il suo corpo. E non era tutto. Questi esseri, che vivevano in simbiosi con il Soffio, possedevano il potere di benedire le cose che li circondavano. Ma senza discernimento, senza una ragione precisa, potevano maledirle con la stessa facilità.

E le cose che toccavano diventavano immortali. Potevano passare il limite di questo universo, magari anche solo per reincarnarsi in un altro nuovo. Eppure non fu la rabbia che scatenò la guerra, e nemmeno l’invidia. Dopo milioni di anni, questi sentimenti avevano lasciato posto ad un modo di pensare più pacato, più riflessivo. In realtà quello che scatenò la guerra fu la completa indifferenza dell’anima.

Quando questa razza cominciò ad avvicinarsi ai giganti, lo fece per capire, per cercare una speranza. Qualcosa che avesse potuto illuminare la ‘ragione’ di quell’indifferenza. Purtroppo i giganti capirono subito di essere assolutamente inferiori ai loro visitatori. E nella loro animale paura cercarono un aiuto nell’unica cosa veramente potente che possedessero. L’anima li ignorò completamente.

Fu così che scesero in guerra con l’impossibile.

La casa dell’anima

Ci sono posti dove semplicemente il tempo non scorre.

Posti in cui puoi stare per l’eternità. Posti immobili. Calmi. Silenziosi del rumore di un ruscello, del posarsi della neve, o dello scricchiolio delle foglie autunnali.

 

Posti in cui l’anima può sentirsi a casa e la mente spegnersi lentamente. Posti in cui puoi sentire le emozioni scorrere con un lento fiume. Dilagare umilmente ed inesorabilmente come una palude alla foce del mare.

 

Questi posti annullano le preoccupazioni. Annientano il futuro. Non come la morte, ma come l’immortalità. Luoghi in cui sei sempre stato, che esistono da sempre e nei quali sempre ti puoi sedere ed ascoltare la natura. Antica come l’universo.

 

Lì non ci sono religioni ne legge ne dovere alcuno. Non c’è umanità che tu non voglia vedere ne animali della cui compagnia non hai interesse. Ti puoi sedere su una panchina, o arrampicarti su per un sentiero. Puoi ammirare l’immensità del mare da una collina o sdraiarti sul muschio sotto una quercia secolare.

 

E lo sai. Lo sai che quel posto è tuo. Che quel posto ti appartiene tanto quanto tu appartieni a te stesso. Lo senti che eri quel posto prima che l’universo sbocciasse. Prima che il pensiero desse forma al resto.

Lo sai come sai che da li sei andato via. Verso questa vita. Tremenda. Crudele.

Ed anche se non ricordi più il perché, anche se non c’è più nessuno in cui hai fede, senti che una ragione c’era.

 

E con la certezza che tornerai li, con la speranza di poterci tornare anche prima della fine, ti accorgi con tristezza che il posto che vedi in questo momento non è già più lo stesso.

E andando via ti chiedi, come sempre, quando lo rivedrai.